38) More. I vantaggi del fatto che tutto  di tutti.
In Utopia il privato non ha spazio; tutto  pubblico. Lo Stato si
occuper di tutti i cittadini, i quali quindi vivono sereni e
tranquilli. Al contrario gli Stati europei tutelano gli interessi
dei ricchi contro i poveri; regna il vizio e nessuno  felice.
Th. More, Utopia, secondo, Religioni degli utopiani ( pagine 22-
24).

Vi ho descritto quanto pi schiettamente ho potuto la forma di
quello Stato, che io certo giudico non soltanto ottimo, ma l'unico
che possa a buon diritto attribuirsi il nome di repubblica.
Altrove, si sa, mentre si parla ovunque dei diritti dello Stato,
non si occupano che di quelli privati; qui invece, dove non esiste
nulla di privato, si occupano sul serio delle faccende pubbliche.
E ci avviene a buona ragione in entrambi i casi. Altrove infatti
ben pochi son quelli che ignorano che, se non pensan loro, a
parte, ai loro casi, per quanto fiorisca lo Stato, morranno di
fame, e perci necessit li spinge a pensare a far conto di s
piuttosto che del popolo, cio degli altri: qui invece, dove ogni
cosa  di tutti, nessuno dubita che, purch si pensi a tener ben
colmi i granai pubblici, non mancher a nessuno nulla di privato.
La distribuzione dei beni non vi  fatta con gretto malanimo,
nessuno vi  povero, nessuno mndica e, sebbene nessuno non abbia
nulla, tutti per son ricchi. E qual maggior ricchezza vi pu
essere che, tolta ogni preoccupazione, vivere con animo lieto e
sereno? E non trepidare pel proprio vitto, non tormentarsi per le
richieste lamentose della moglie, non temer la povert pel proprio
figlio, non essere in ansia per la dote alla figlia, ma star senza
pensieri pel vitto e la felicit propria e di tutti di casa,
moglie, figli, nipoti, pronipoti, nipoti di nipoti e quanto pu
esser lunga la serie dei discendenti che un nobile si ripromette.
E che dir poi che si provvede, non meno che a chi ora lavora,
anche a chi faticava una volta, ma ora non  padrone di nulla?.
E qui vorrei che osasse qualcuno, con questo senso di equit,
paragonare la giustizia di altre genti, presso le quali possa io
morire se scorgo qualche piccol segno di giustizia e di equit.
Che giustizia  mai questa che un nobile qualsiasi, un
commerciante di danaro, un usuraio, un altro qualsiasi infine di
quelli che non fanno nulla o, ci che fanno,  di tal fatta che
non  necessario gran che allo Stato, ottenga di vivere tra
delicatezze e splendori, o col non far nulla, o con lavori
inutili; laddove intanto un manovale, un cocchiere, un falegname,
un contadino, con un lavoro gravoso e ininterrotto che nemmeno un
mulo, ma necessario, tanto che senza di esso neppure un anno
potrebbe durare lo Stato, si procacciano tuttavia un vitto cos
stentato. Menano una vita s miserabile? Ben preferibile sembra la
condizione delle bestie da soma: il lavoro di queste non  cos
continuo, n il vitto cos orribile, anzi per esse  molto pi
gradevole, n hanno intanto paura del futuro. Soffrono invece
questi uomini che il loro lavoro sia inutile e senza vantaggio,
come li ammazza il pensiero dell'indigenza per la vecchiaia: il
loro guadagno quotidiano  infatti troppo scarso per poter bastare
per lo stesso giorno; tanto  lungi dal crescere e dal rimanerne
d'avanzo un pochino, da mettere ogni giorno da parte pei bisogni
della vecchiaia. Ora, non  forse un'ingiustizia,
un'ingratitudine, che lo Stato ai cosiddetti nobili, ai mercanti
di danaro e agli altri di tal fatta, sfaccendati, o piaggiatori
soltanto, e inventori di vuoti diletti, sia prodigo di tanti doni;
mentre invece a contadini, a carbonai, a manovali, a cocchieri e a
fabbri, senza dei quali lo Stato non esisterebbe affatto, non
provvede amorevolmente; ma dopo aver abusato, finch erano in
fiore, delle loro fatiche giovanili, quando ormai, schiacciati
dagli anni e dalle malattie, hanno bisogno di ogni cosa, esso,
immemore di tante veglie e dimentico di tanti e s grandi servigi
ricevuti, nella sua nera ingratitudine li ripaga con la morte pi
misera? Senza dire che, di ci che ogni giorno  assegnato alla
povera gente i ricchi, o con soperchierie di privati o addirittura
a tenor di legge, estorcono qualcosa quotidianamente: per tal
modo, ci che prima sembrava ingiustizia, ricompensare malissimo
chi pi si  reso benemerito della societ, per man di costoro  -
orribile stortura! - col solo bandire una legge diventata
giustizia.
Esaminando adunque e considerando meco questi Stati che oggi in
qualche luogo si trovano, non mi si presenta altro, cos Dio mi
aiuti! che una congiura di ricchi, i quali, sotto nome e pretesto
dello Stato, non si occupano che dei propri interessi. E
immaginano e inventano ogni maniera, ogni arte con cui conservare
anzitutto, senza paura di perderlo, ci che hanno disonestamente
ammucchiato essi, e in secondo luogo come serbar per s, al prezzo
pi basso possibile, ci che a fatica producono tutti i poveri,
volgendolo a proprio utile. Queste subdole disposizioni i ricchi
stabiliscono che vengano osservate in nome dello Stato, cio anche
in nome dei poveri, e cos diventano legge! Ma questi uomini
immoralissimi, che con insaziabile cupidigia si dividono tra loro
i beni che sarebbero bastati a tutti, oh come son lungi tuttavia
dalla felicit della repubblica di Utopia! Una volta tolta di
mezzo da questa, insieme con l'uso, ogni cupidigia di danaro, di
qual immenso cumulo di molestie ci si libera, qual selva di
scelleraggini viene schiantata dalle radici! Chi ignora infatti
che soperchierie, truffe, ladronecci, risse, sconvolgimenti,
alterchi, sedizioni, assassinii, tradimenti, avvelenamenti, cui i
supplizi s'affannano ogni giorno a punire anzich raffrenare, una
volta tolto di mezzo il danaro se n'andrebbero anch'essi? Che,
insieme col danaro, sparirebbero contemporaneamente anche paure,
preoccupazioni, affanni, fatiche e veglie? La povert stessa anzi,
che  l'unica, pare, ad aver bisogno di danaro, levato di mezzo
assolutamente il danaro, diminuirebbe via via anch'essa.
Per maggiore evidenza, riandate col pensiero a qualche anno di
scarsa raccolta e di carestia, in cui la fame si port via molte
migliaia di uomini: io sostengo che, alla fine di questa
scarsezza, rompendo i granai dei ricchi, si sarebbe potuto trovare
tanto grano quanto, distribuito tra quelli che consunse la
macilenza e la fame, non avrebbe fatto avvertire a nessuno quella
sterilit del clima e del suolo. Sarebbe tanto facile acquistare
il vitto, se quel fortunato danaro non ci precludesse la via, esso
solo, all'acquisto del vitto! Eppure  stato inventato, si sa,
proprio per schiudere l'accesso al vitto! Anche i ricchi hanno
sentimento di questo, non ne dubito: non ignorano quanto sarebbe
preferibile la condizione di non mancar di nulla del necessario,
ed essere strappati a tante sciagure, a quella di abbandonar molte
superfluit, trovandosi come assediati in mezzo a grandi
ricchezze! Per me, non mi nasce neppure il dubbio che, sia per
calcolo dell'interesse di ognuno, sia per l'autorit di Cristo
salvatore, il quale, per la sua sapienza s grande, non poteva
ignorare ci che meglio conviene e, buono qual era, non poteva
volere se non il meglio, tutto il mondo sarebbe stato gi da un
bel pezzo tratto alle leggi di questa repubblica, se non vi si
opponesse soltanto la superbia o prepotenza tirannica, quella
malvagia bestia, maggiore di tutte e madre di ogni rovina. Questa
commisura la propria felicit, non gi dal proprio vantaggio, ma
dal danno altrui, e non vorrebbe neppur salire al cielo, se non le
restassero infelici da dominare e calpestare. Di tali miserie si
forma, perch se ne adorni, la sua felicit! E se dispiega i suoi
grandi mezzi,  per torturare l'indigenza, per promuoverla! E' un
serpente dell'inferno insinuatosi nel cuore dei mortali, un pesce
remora che li trascina indietro o trattiene, perch non scelgano
la via verso una vita migliore!.
Certo  troppo penetrata addentro negli uomini, perch si possa
facilmente strapparla via. Gli  per questo che io mi rallegro che
una tal forma di Stato, che augurerei volentieri a tutti, sia
almeno toccata agli Utopiani! Costoro, seguendo tale indirizzo
sociale, han messo le basi di uno Stato che  destinato a vivere
non solo felicissimo, ma anche eterno, per quanto a uomini 
lecito prevedere per congettura. Estirpati infatti in patria sino
alle radici sia gli altri vizi che l'ambizione e le lotte di
parte, nessun pericolo minaccia che sian travagliati da discordie
domestiche, le quali, anche da sole, bastano a rovinare la potenza
di molte citt eccellentemente difese. Ora per che  assicurata
all'interno la concordia e robuste sono le istituzioni, nemmeno
l'astio di tutti i re vicini potrebbe scrollare o turbare l'impero
di Utopia. E s che spesso per lo passato ci si son messi, sebbene
sempre siano stati respinti.
T. Moro, Utopia, Laterza, Bari, 1982, pagine 129-133.
